Progetto I COLORI DEL MONDO

Sebbene non possieda alcun fondamento scientifico, esiste purtroppo ancora oggi una bugia che si è così fortemente radicata dal punto di vista culturale, da rendere estremamente difficoltoso sradicarla con la forza della ragione: stiamo parlando dell'errato concetto di differenza di razza.

L’idea che la specie umana sia divisa in razze, intese come gruppi all’interno della nostra specie, ciascuno caratterizzato da tratti fisici e comportamentali ben definiti, nacque per esigenze politiche ed economiche, ma in breve tempo si fece largamente spazio all'interno della popolazione. Il colossale equivoco ebbe origine alla fine del XV secolo, quando il colonialismo portò l’uomo occidentale, spinto dalla sua necessità di dominio, in ogni angolo del mondo. La nuova “economia coloniale” trovò nell'idea di razza il suo motore e il fine opportunistico di collocare le popolazioni africane in un gradino inferiore nella “scala gerarchica” diede il via al terribile fenomeno della deportazione negli Stati Uniti e della riduzione in schiavitù. Questi stranieri dal diverso colore della pelle, divennero la nuova forza lavoro nelle piantagioni di cotone o nelle dimore degli aristocratici a svolgere le mansioni più umili. Lo stupido stereotipo di una presunta superiorità degli occidentali, si diffuse facilmente nella cultura popolare, anche grazie alla propaganda della classe intellettuale dell'epoca, fino all'emanazione di leggi contro i matrimoni misti. E questo ovviamente, fu nulla in confronto all'abominio che apartheid e nazismo avrebbero generato!
Le drammatiche pagine di storia in cui sono stati registrati eccidi di massa e inenarrabili violenze, tutto per via di un concetto sbagliato, devono farci riflettere...

La visione bipolare del “noi” e “loro” è forse una necessità di carattere psicologico, risalente alle origini della nostra storia evolutiva, quando esisteva la distinzione tra cacciatori e raccoglitori: all'epoca doveva sembrare fondamentale riuscire a classificare immediatamente qualcuno che non si conosceva, come alleato o avversario. E questo sta a dimostrare che l'esigenza di catalogare “l'altro” nasconda un unico sentimento: la paura.

Sia sotto il profilo biologico che antropologico, e grazie alle nuove conoscenza scientifiche, anche sotto quello genetico, non è possibile dividere la specie umana in razze. In questi termini, la svolta avvenne grazie agli studi dell'americano Richard Lewontin, il quale fu il primo genetista a smentire senza ombra di dubbio il mito dell’esistenza di differenti razze umane.

I diversi tipi umani derivano da un unico ceppo originario dell'Africa, che progressivamente riuscì ad espandersi emigrando verso l'Asia e l'Europa circa 100.000 anni fa. Nel corso di questa espansione si manifestarono delle differenze nelle caratteristiche morfologiche dei tratti esteriori, il che diede vita alla ben nota suddivisione della popolazione in caucasica, mongolica e africana. Questa differenziazione avvenne unicamente per permettere agli uomini di adattarsi meglio alle condizioni ambientali, ma le diversità somatiche delle etnie non corrispondono geneticamente: ogni uomo è biochimicamente simile a ogni altro uomo sul pianeta per il 99,5%. Le civiltà non sono strutture chiuse e la somiglianza genetica del genere umano è frutto della comunanza di antenati recenti e delle migrazioni, che hanno determinato unioni e scambi di geni fra individui provenienti da aree geografiche diverse.

Oggi più che mai, di fronte ad una società che giorno dopo giorno rafforza il suo carattere multiculturale, è necessario che le vecchie “favole coloniali” siano cancellate per sempre e che con loro venga rimosso un concetto, quello di razza, per troppo tempo fatto prevalere sulla ragione!
Non possiamo e non dobbiamo permettere che avidità e utilitarismo inneschino una “schiavitù del nuovo millennio”!
E questo è possibile solo con una reale integrazione tra popoli, che sulla base di un essenziale rispetto reciproco permetta di edificare una società sana e armoniosa.


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